Perché la legge sul consenso sarebbe stata una svolta e cosa sta succedendo ora
A novembre 2025 la Camera dei Deputati ha approvato all’unanimità una proposta di legge storica: l’Italia avrebbe finalmente riconosciuto esplicitamente che qualsiasi rapporto sessuale senza “consenso libero e attuale” è violenza sessuale. Ma il testo, passato alla fase successiva, è stato bloccato e riformulato al Senato, suscitando forti critiche da giuristi, associazioni e piazze in tutta Italia.
La legge approvata alla Camera
L’articolo 609-bis del Codice penale disciplina la violenza sessuale come un reato commesso con violenza, minaccia o abuso di autorità. Senza una menzione chiara del consenso, molte situazioni in cui non c’è coercizione fisica ma nemmeno un sì consapevole, come abuso di alcol, shock psicologico, immobilità o incapacità di reagire, restano spesso fuori dalla tutela penale.
Il testo approvato alla Camera il 19 novembre 2025 introduceva la nozione di “consenso libero e attuale”: un consenso espresso volontariamente e valido solo nel momento dell’atto, revocabile in qualsiasi istante. La proposta sanciva che chiunque compie, induce o fa subire atti sessuali a una persona senza il suo consenso libero e attuale sarebbe stato passibile di pena con reclusione da 6 a 12 anni.
Secondo molte giuriste, giuristi e associazioni, questa formulazione rappresentava una svolta di civiltà: spostava il focus dal solo uso della forza alla libertà di autodeterminazione sessuale, superando quelle “zone grigie” che rendono difficile perseguire abusi nei quali non c’è una resistenza evidente ma nemmeno un consenso reale.
L’allineamento agli standard internazionali
La riforma sarebbe anche servita ad allineare l’Italia alla Convenzione di Istanbul, ratificata nel 2013, che impegna gli Stati a considerare la violenza sessuale come atti sessuali non consensuali, con consenso valutato “in base alla libera volontà della persona nel contesto delle circostanze”. Nel contesto europeo, molti Paesi adottano già un approccio basato sul consenso libero e attuale, ritenuto uno strumento chiave per tutelare pienamente le vittime.
Perché la legge è stata bloccata e riformulata
Il percorso parlamentare si è fermato al Senato, dove l’esame del testo, inizialmente previsto per il 25 novembre 2025, data simbolica in cui ricorre la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, è stato rinviato su richiesta della Lega, con il sostegno di altri gruppi. Secondo i promotori del rinvio, il testo approvato alla Camera era troppo vago su alcuni aspetti, in particolare su ciò che significhi dimostrare legalmente l’assenza di consenso, rischiando processi basati su valutazioni soggettive.
Nella nuova versione elaborata in Commissione Giustizia e sottoposta all’esame del Senato, la parola “consenso” viene rimossa dal testo giuridico e sostituita da un criterio basato sulla “volontà contraria all’atto sessuale”. In pratica, il reato si configurerebbe solo quando la vittima ha espresso un dissenso chiaro e contestuale, da valutare nel contesto e nelle circostanze specifiche.
Questa modifica è stata interpretata da molti critici come un passo indietro rispetto all’impianto originario. In termini pratici, spostare l’attenzione dal consenso all’espressione del dissenso porterebbe a far ricadere l’onere della prova sulle vittime, costringendole a dimostrare non solo che non c’era consenso, ma che c’è stato un rifiuto esplicito.
Le critiche degli esperti e dei movimenti
Organizzazioni per i diritti umani internazionali, come Human Rights Watch, hanno definito il nuovo testo «una regressione significativa in un sistema che già faticava a tutelare le vittime». Secondo queste critiche, richiedere una dimostrazione di dissenso esplicito contrasta con gli obblighi internazionali dell’Italia e con gli standard definiti dalla Convenzione di Istanbul. Anche giuristi italiani hanno sollevato dubbi: in un’intervista una giudice ha definito il testo poco chiaro e incapace di fornire una protezione effettiva, insistendo sulla necessità di mantenere la parola “consenso” per non tornare a criteri che non tutelano le situazioni di “freezing” o incapacità di opposizione.
Negli ultimi giorni in diverse città italiane si sono tenute mobilitazioni e conferenze stampa per chiedere che il Parlamento non abbandoni il principio del consenso libero e attuale. A L’Aquila, ad esempio, consigliere comunali e associazioni locali hanno promosso un ordine del giorno e una manifestazione pubblica con lo slogan “Senza consenso è stupro”, invitando la cittadinanza a partecipare per sostenere la tutela delle vittime.
Queste iniziative riflettono una crescente mobilitazione civile che va oltre il mero dibattito parlamentare e coinvolge associazioni antiviolenza, gruppi femministi e opinione pubblica, sottolineando come la questione non sia solo giuridica, ma culturale e sociale.
Cosa rischiamo se la legge non viene approvata
Se il testo riformulato dovesse essere approvato, senza il principio del consenso libero e attuale, il sistema giuridico italiano rischia di restare agganciato a una definizione di violenza sessuale limitata alla prova del dissenso esplicito, con conseguenze concrete:
- Molti casi di violenza “silenziosa” in cui non c’è coercizione fisica evidente ma non esiste consenso potrebbero non essere criminalizzati.
- Le vittime rischierebbero di dover giustificare la loro reazione o mancanza di reazione (come urla o resistenza fisica) per dimostrare che hanno subito violenza, anziché concentrarsi sulla mancanza di consenso.
- Il dibattito pubblico potrebbe tornare a norme che non riflettono l’evoluzione culturale della società sui temi dell’autodeterminazione e della tutela delle vittime.
In conclusione
La legge sul consenso era vista da molti come una rivoluzione normativa e culturale: un modo per dire chiaramente che senza consenso libero e attuale non può esserci sesso legittimo. Oggi il testo è cambiato, il dibattito è aperto e la mobilitazione civile continua. La sfida non è soltanto giuridica, ma etica e culturale, e l’esito di questa battaglia normativa avrà un impatto profondo sulla protezione delle vittime di violenza sessuale nel nostro paese.