In Italia la casa è molto più di quattro mura. È sicurezza, identità, possibilità di futuro. Ma per molte persone LGBTQ+ resta uno spazio fragile, precario, a volte inaccessibile. Non soltanto per ragioni economiche, ma per qualcosa di più sottile e strutturale: la discriminazione.
Secondo le indagini dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA), una quota significativa di persone LGBTIQ+ in Europa ha sperimentato tensioni familiari o esclusione legate al proprio orientamento sessuale o identità di genere. Tra le persone giovani, il rifiuto familiare può tradursi in allontanamento dalla casa di origine o in un clima talmente ostile da rendere necessario andarsene. In Italia, associazioni come Arcigay e AGEDO segnalano da anni situazioni di vulnerabilità abitativa che colpiscono in particolare giovani e persone transgender. Non esiste un sistema nazionale di monitoraggio specifico, ma le realtà territoriali parlano di precarietà diffusa: ospitalità temporanee, soluzioni informali, dipendenza da reti amicali. È una forma di esclusione spesso invisibile, che non sempre sfocia nella vita di strada, ma produce instabilità cronica.
Cercare casa e incontrare ostacoli silenziosi
La discriminazione nell’accesso alla casa raramente è esplicita. Non è quasi mai un annuncio con scritto “no gay”. È più spesso un silenzio, una telefonata che non arriva, una richiesta di garanzie aggiuntive. Le segnalazioni raccolte dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) includono anche casi relativi all’accesso a beni e servizi. Sebbene manchino dati statistici sistematici sulla discriminazione abitativa specificamente LGBTIQ+ in Italia, il fenomeno è documentato a livello europeo dalla FRA e viene riportato dalle associazioni come esperienza ricorrente.
Per le persone transgender può aggiungersi un ulteriore elemento di fragilità: la non corrispondenza tra documenti anagrafici e identità di genere può diventare un ostacolo nella stipula di un contratto.
Tutele giuridiche ancora parziali
Dal 2016 l’Italia riconosce le unioni civili tra persone dello stesso sesso. Tuttavia, l’assenza del matrimonio egualitario e della piena equiparazione in materia di filiazione comporta differenze nelle tutele patrimoniali e successorie. Nel concreto, la disciplina dell’eredità, del subentro nel contratto di locazione o della gestione della casa familiare può risultare meno solida rispetto a quella prevista per le coppie sposate. In un Paese in cui l’abitazione rappresenta spesso il principale patrimonio familiare, le differenze giuridiche si riflettono sulla sicurezza materiale.
Il caso Umbria: una modifica normativa significativa
Nel febbraio 2026 l’Assemblea legislativa della Regione Umbria ha approvato una modifica alla legge regionale n. 23/2003 sull’edilizia residenziale sociale. La riforma ha introdotto, tra le “condizioni di emergenza” che possono dare accesso prioritario agli alloggi pubblici, anche le persone vittime di discriminazioni legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere, accanto ad altre categorie già riconosciute come vulnerabili (tra cui le donne vittime di violenza e le persone con disabilità). Non si tratta della creazione di un sistema abitativo separato, ma dell’inserimento di questa condizione tra i criteri che possono incidere sulle graduatorie e sulle riserve di alloggi nell’ambito dell’edilizia residenziale pubblica.
L’associazione umbra Omphalos APS ha definito l’intervento un passo importante nel riconoscimento della vulnerabilità abitativa che può colpire le persone LGBTIQ+ in seguito a discriminazioni o rifiuto familiare. Le opposizioni regionali hanno invece criticato la modifica, ritenendola ideologica. Al di là del dibattito politico, il provvedimento segnala un dato: alcune amministrazioni regionali stanno iniziando a considerare esplicitamente la discriminazione come possibile fattore di emergenza abitativa.
Un quadro ancora frammentato
Il problema è proprio questo: la frammentazione. In assenza di una legge nazionale organica contro l’omolesbobitransfobia e di un sistema di raccolta dati specifico sulle persone senza fissa dimora LGBTIQ+ in Italia, le risposte restano affidate a iniziative locali e regionali. Alcune città hanno attivato progetti di housing temporaneo in collaborazione con associazioni LGBTIQ+, ma si tratta di interventi circoscritti e non strutturali. In un mercato immobiliare già sotto pressione: affitti in crescita, scarsità di edilizia pubblica, aumento della precarietà lavorativa, le persone che vivono discriminazioni possono trovarsi esposte a un rischio maggiore di esclusione abitativa.
Una questione che riguarda la qualità della democrazia
La casa non è soltanto un bene economico. È il luogo in cui si costruisce autonomia, stabilità, sicurezza personale. Quando una parte della popolazione incontra ostacoli sistematici nell’accesso all’abitazione, non siamo davanti a un problema privato ma a una questione pubblica. Finché l’accesso a una casa sicura non sarà garantito in modo uniforme, la questione abitativa LGBTQ+ resterà un indicatore sensibile dello stato dei diritti civili nel Paese. E, in fondo, della qualità della nostra convivenza democratica.