Il diritto alla cura: le persone LGBTQIA+ e la sanità - Connecting Spheres

Il diritto alla cura: le persone LGBTQIA+ e la sanità

Quando entriamo in un ospedale, in uno studio medico o in un consultorio, ci aspettiamo una cosa molto semplice: essere curat3.  

Non dovremmo chiederci se il medico ci giudicherà. Se userà il nostro nome in maniera corretta. Se sarà preparato alle nostre esigenze. Se raccontare di avere una compagna, un compagno o una persona non binaria accanto a noi renderà improvvisamente la visita più complicata. 

Eppure, per molte persone LGBTQIA+, la salute non è soltanto una questione di diagnosi e terapie. È anche una questione di accesso, fiducia e sicurezza.

Gli stessi diritti, sulla carta 

Partiamo da un principio fondamentale: in Italia il Servizio sanitario nazionale è universalistico e garantisce l’accesso alle cure sulla base dei bisogni di salute, senza discriminazioni. La tutela della salute è inoltre riconosciuta dall’articolo 32 della Costituzione come diritto fondamentale dell’individuo. Questo significa che una persona LGBTQIA+ non ha meno diritto alle cure perché è LGBTQIA+. Il problema è che avere formalmente lo stesso diritto non significa necessariamente riuscire ad esercitarlo nelle stesse condizioni. 

La stessa Organizzazione mondiale della sanità sottolinea che stigma e discriminazione possono diventare vere e proprie barriere all’accesso ai servizi sanitari. Alcune persone evitano o rimandano le cure proprio per paura di essere giudicate, trattate male o di non trovare personale preparato sulle loro esigenze. E i dati europei lo confermano. 

Quando andare dal medico diventa un ostacolo

Secondo la terza indagine LGBTIQ dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA, LGBTIQ equality at a crossroads), il 14% delle persone LGBTIQ+ nell’UE ha dichiarato di aver subito discriminazioni da parte di professionisti sanitari. La percentuale sale al 39% tra le donne trans e al 40% tra gli uomini trans. Tra le persone intersex è del 31%. 

E c’è un dato ancora più significativo: il 18% delle donne trans e il 17% degli uomini trans ha rinunciato a cure mediche di cui aveva bisogno per paura di discriminazioni o reazioni negative. Il 10% delle persone trans intervistate ha inoltre riferito difficoltà nell’accesso alle cure d’emergenza. Non stiamo quindi parlando soltanto di una visita andata male. Quando una persona evita un controllo perché teme di essere discriminata, quella discriminazione può trasformarsi in un problema di salute. 

In Italia il problema esiste 

Il nostro Paese non fa eccezione. Nell’indagine FRA (Italy country factsheet), l’11% delle persone LGBTIQ+ intervistate in Italia ha dichiarato di aver subito discriminazioni nell’assistenza sanitaria nell’anno precedente alla rilevazione. Particolarmente significativi sono i dati relativi alla popolazione transgender. 

Uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS – Salute di genere e prevenzione nella popolazione transgender) ha evidenziato importanti difficoltà nell’accesso ai servizi sanitari e soprattutto alla prevenzione. Tra le persone transgender coinvolte nello studio, il 34% di quelle assegnate maschio alla nascita e il 46% di quelle assegnate femmina alla nascita ha riferito di essersi sentita discriminata nell’accesso o nell’utilizzo dei servizi sanitari. 

Lo stesso studio ha rilevato un dato preoccupante sugli screening: soltanto il 20% delle persone transgender assegnate femmina alla nascita aveva effettuato il pap test, contro il 79% della popolazione femminile generale utilizzata come riferimento nello studio. 

E qui emerge un equivoco importante: le persone LGBTQIA+ non hanno necessariamente bisogno di cure completamente diverse. Hanno bisogno di cure appropriate alla loro situazione individuale, senza che l’orientamento sessuale o l’identità di genere diventino un ostacolo. 

Non esiste una sola “salute LGBTQIA+” 

Essere LGBTQIA+ non è una patologia e non significa avere automaticamente problemi di salute. Ma alcune condizioni sociali possono produrre conseguenze sulla salute. L’OMS (https://www.who.int/activities/improving-lgbtqi-health-and-well–being-with-consideration-for-sogiesc) parla, per esempio, di stigma, discriminazione, violenza e marginalizzazione come fattori che possono contribuire a peggiori condizioni di salute fisica e mentale e a un minore ricorso ai servizi sanitari. 

Per questo parlare di salute LGBTQIA+ significa occuparsi di realtà molto diverse: prevenzione e salute sessuale, HIV e altre infezioni sessualmente trasmissibili, salute mentale, screening oncologici, salute delle persone trans e intersex, assistenza alle persone anziane e molto altro.  

Il capitolo della salute transgender 

È probabilmente uno degli ambiti in cui le disuguaglianze risultano più evidenti. Le persone transgender possono aver bisogno di percorsi sanitari specifici legati all’affermazione di genere, che possono comprendere supporto psicologico, trattamento ormonale e, per alcune persone, interventi chirurgici. 

Il Consiglio d’Europa raccomanda agli Stati di garantire un accesso effettivo alle cure appropriate per le persone trans, senza requisiti irragionevoli e nel rispetto del consenso della persona. Il rapporto europeo del 2024 segnala però problemi concreti come liste d’attesa molto lunghe, carenza di servizi specializzati e coperture assicurative insufficienti in diversi contesti europei. Anche in Italia l’ISS riconosce da anni che la popolazione transgender incontra ostacoli nell’utilizzo sia dei servizi sanitari generali sia di quelli specialistici e ha sviluppato attività di ricerca e formazione specifica per gli operatori. Non è soltanto una questione di ormoni o interventi. È anche una questione di medici formati, percorsi accessibili, tempi ragionevoli e rispetto della persona. 

E le persone intersex? 

C’è poi una parte della comunità di cui si parla ancora troppo poco: le persone intersex. Il Consiglio d’Europa ha adottato nel 2025 una specifica raccomandazione sui diritti delle persone intersex, dopo aver evidenziato la necessità di proteggere il loro diritto alla salute, all’integrità fisica e al consenso informato. È un tema particolarmente delicato perché alcune persone intersex vengono sottoposte in età molto precoce a interventi medici o trattamenti per modificare caratteristiche sessuali senza che abbiano potuto esprimere un consenso informato. Nella rilevazione FRA, il 57% delle persone intersex intervistate ha dichiarato che né loro né i genitori avevano prestato un consenso informato prima di un intervento chirurgico o di un trattamento ormonale volto a modificare le caratteristiche sessuali. 

La vera domanda è “abbiamo tutt3 gli stessi diritti?” 

La risposta, almeno sul piano dei principi, è sì. Ma avere gli stessi diritti non significa automaticamente avere le stesse possibilità di accedere alle cure. 

Se una persona rinuncia a un controllo perché teme di essere giudicata, se un uomo trans evita una visita perché in passato è stato umiliato, se una persona intersex non viene coinvolta nelle decisioni che riguardano il proprio corpo o se un3 professionista sanitari3 non possiede gli strumenti per comprendere una specifica esigenza, il problema non è più soltanto individuale. 

È un problema di sistema. 

Ed è proprio per questo che l’ISS ha elaborato linee di indirizzo sulla comunicazione del personale sanitario con l3 pazienti LGBTIQ+, raccomandando tra le altre cose attenzione alla privacy, all’uso corretto di nomi e identità e alla creazione di ambienti esplicitamente non discriminatori. Perché una sanità davvero universale non è quella che dice semplicemente “curiamo tutti allo stesso modo”. È quella che sa riconoscere che persone diverse possono avere bisogni diversi e che garantisce a ciascuna di loro la stessa dignità, la stessa attenzione e la stessa possibilità di essere curata bene. 

La salute non dovrebbe mai dipendere da quanto ci sentiamo al sicuro nel raccontare chi siamo. E nessuna persona dovrebbe scegliere tra essere sé stessa o farsi curare. 

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